ASSOCIAZIONE CULTURALE MUSICALE

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Dal romanzo:
«Cesare teneva lo sguardo sul fondo del suo bicchiere; esattamente lì, tra il giallo dell’ultimo sorso che gli restava da bere si compose nitido il senso di quella visita, di quel travestimento, del culmine di un amore che a vederlo da fuori Laura e Massimo ne sarebbe morti. Non poteva credere che un ragazzo vestito da pompiere, un giorno a caso, una canicola dove non succede mai niente, a Torino, niente come da anni nel suo sentire viziato, gli avesse sfondato il petto. Se non fosse cresciuto a Codigoro, se non avesse annusato per tanti anni e coltivato tra le sue battaglie contro il resto del mondo l’edera dell’orgoglio, avrebbe stretto in un abbraccio materno quell’Eligibile così coraggioso, così innamorato e avrebbe compreso in quell’abbraccio semplice anche Laura, che era lì dentro, con Massimo, dentro di lui, in quella tuta, in quel petto fiero in quella testa che andava a pieno regime come aveva sempre sognato che andasse la sua, e il suo cuore.

Ma lui non era nato per questo. Non era per sciogliersi in un abbraccio che aveva lavorato come uno schiavo, che si era spaccato le ossa, che aveva lasciato vergine la sua tenerezza e orfani i suoi amori, orfani come Laura, di passione e di sussulti. Per lui era tardi, lui non era capace; forse per questo, più di tutto, avrebbe voluto stringersi a Massimo e sentire un po’ del suo calore, per sapere com’era vivere un’altra persona, avercela nella carne. C’era la perfezione, in quel ragazzo, un pagliaccio disperato che aveva addosso una gravità universale; c’era la perfezione di un tutto che si muoveva proprio davanti a lui, in quella città dove sembra non succedere mai nulla.»


Questo testo è tratto da:
“Rue de l’arbre sec” di Giovanna Conti, Edizioni Malacoda, Italia, 2002.

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Il romanzo vincitore del

“Pennino d’oro”

Rue de l’arbre sec

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Dalla “Premessa dell’autore”
«... questo trattato affonda le radici in un’intensa attività di ricerca delle cause che producono gli effetti apparentemente più “misteriosi”, tanto in campo culturale-musicale quanto in campo umano; parlo degli effetti, o sintomi, o risultati, che per pigrizia o semplicemente per l’impossibilità di attingere a quelle illuminanti fonti scientifiche che oggi sono “all’indice”, siamo abituati a liquidare con dei dogmi approssimativamente soddisfacenti. Chi mi conosce sa con quanta passione e caparbietà io sia solita “dare la caccia” al Criterio delle cose, e allo stesso modo con quanta naturalezza (e senza vergogna) io mi sia sempre posta la domanda che tutti noi ci poniamo di fronte ai fatti che condizionano la nostra esistenza, che costantemente la “deragliano” o che saltuariamente la “rimettono in carreggiata”: Perché?
Questa, la più semplice delle domande, la prima e fondamentale e la più paradossalmente disattesa, quella che ciascuno porta in dote al proprio ambito di interesse, magari per migliorarlo, magari solo per comprenderlo.
Perché –da musicista- un compositore sente e sceglie di dover scrivere una sinfonia piuttosto che un Lied? Perché organizza un’opera in do maggiore e un’altra opera in la minore? Perché, per esempio, affida l’esposizione del tema agli archi e la sua ripresa ai fiati? Perché fa crescere la massa sonora piuttosto che ridurla o viceversa?
Perché Mozart decide di innalzare le sue opere al supremo cielo della gioia e immediatamente dopo le fa sprofondare in angoscianti livelli sotterranei?
E soprattutto, perché io “vibro” più o meno, a volte sì e a volte no, insieme a tali vibrazioni? »


Questo testo è tratto da:
“Per una Musica biologicamente sensata nell’ottica della Nuova Medicina Germanica” di Giovanna Conti, Ediciones de la Nueva Medicina, España, 2007.
©2007 by Giovanna Conti/Dr. Ryke Geerd Hamer
Tutti i diritti riservati-Alle Rechte vorbehalten-All rights reserved
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